lunedì 12 dicembre 2011

GATTOPARDI


LA VIOLENZA
"Forse non abbiamo ancora capito, la sinistra non ha capito, i partiti e i sindacati non hanno capito, con quale carica di violenza e di ingiustizia il governo Amato sta colpendo una parte della popolazione, milioni di persone in carne e ossa, la loro figura sociale e la loro vita minuta.
Chi lavora è colpito due, tre, quattro volte, nel sostentamento della salute, nella vecchiaia. È disprezzato e ingannato oggi e per il futuro. Gli è riservato un destino di tipo, se non somalo, albanese o plebeo e ciò che gli viene tolto e riversato nei forzieri del privilegio, corazzati e intangibili. Oscenatamente si chiama un pensionato a spartire i sacrifici con il padrone di una Ferrari, concorrendo "in proporzione" al bene comune.
Ma chi è che governa in questo modo? E' gente che non ha nessun titolo per farlo. Sconfitta alle elezioni, rimessa lì da partiti corrotti, in crisi, screditati. È un governo della stessa pasta di quelli che hanno portato il paese al dissesto e alla degradazione, il suo capo è uno che ha imparato lì dentro il suo cattivo mestiere.
Per andare dove? E' falso che questa carica di violenza e di ingiustizia sfascia oggi per risanare domani. Non ci crede nessuno, neanche coloro che applaudono, neanche la nostra fasulla borghesia che pensa a guadagnar tempo, a mettere i soldi al sicuro, a demolire le ultime difese della democrazia. La voragine del debito pubblico e le sue cause strutturali restano inalterate e preparano il peggio.
Eppure noi ci sorprendiamo che vadano dilagando, contro tutto questo, protesta e rivolta, nelle piazze e negli animi. Non crediamo ai nostri occhi, tanto siamo disabituati e insicuri. E nella collera sospettiamo la provocazione, nell'esasperazione la colpa. Dunque continuiamo a non capire, non facciamo i conti con noi stessi e non ci rendiamo conto che l'ostilità di troppa gente umiliata, offesa e delusa investe anche noi.
Abbattere questo governo, contestare non questa o quella sua nefandezza o pochezza ma la sua natura e la sua esistenza, non è un obiettivo massimo, ma minimo e preliminare: se la sinistra non lo pone apertamente non fa il suo dovere né verso se stessa né verso il paese. È falso che non esistano altre vie d'uscita: indecenti compromessi sono ancora possibili, ma consumata l'ultima sconfitta non lo saranno più. Ed è un obiettivo a portata di mano, perché corrisponde al senso comune: uno sciopero generale sarebbe oggi davvero generale, priverebbe questo governo di ogni parvenza di consenso e avrebbe un valore rigenerante per tutti, non solo per il movimento sindacale, ma per la vita pubblica.
Non è solo deplorevole ma tragica, l'aggressione e la violenza (anche se esistono tragedie più grandi intorno a noi). Prendiamocela pure con i soliti provocatori, se ci fa piacere. Ma è bene sapere che se il malessere sociale non troverà piena udienza e guida e sbocchi a sinistra, la sfiducia e il discredito non ci risparmieranno. E la peggiore destra avrà (se già non l'ha) partita vinta: così va la storia."
articolo di LUIGI PINTOR – Il Manifesto, 24 Settembre 1992

Cioè... quasi vent'anni fa. Al di là di come ognuno la pensi, come si vede... non è cambiato molto. 



"basta sostituire Sicilia e siciliani con Italia e Italiani"

sabato 10 dicembre 2011

E' MIO


Mio. Il possesso. L'ossessione per il possesso. Quanto di più squallido ci sia nell'essere umano: la pretesa, la presunzione, l'arroganza di voler possedere. Possedere oggetti, possedere persone, possedere la terra, la natura.
"Questo è mio!" Chi sarà il primo scellerato che l'ha detto? E come sarà che ha avuto ragione e poi il mondo si è sviluppato sul possesso? Eppure c'erano popolazioni, come i nomadi, che non hanno mai avuto la pretesa di possedere un territorio. 
Ma qualcuno, un giorno, è arrivato e ha detto: "questo è mio!" E subito dopo, chi passava di lì da sempre, chi usufruiva dei beni che la natura offre, con generosa gratuità, si è trovato a essere nel torto.
E allora sono nati i "ladri". Ma il primo furto è stato ben peggiore... il furto della terra, della natura.
Un po' come se... come se io facessi un sentiero tutti i giorni, se passassi sempre di lì e poi un giorno ci trovo un recinto, una casa. E una persona con il fucile che mi dice: qua c'è mio, tu non ci passi più.
E se ci passo sono un ladro.
Ed è su questo che si è fondata la società. Quando l'essere umano è diventato stanziale è cominciato il suo degrado. E sono arrivate le degenerazioni chiamate società, religione, organizzazione, stato. 
Evidentemente doveva andare così, ma almeno posso e voglio dire che a me non piace per niente!


mercoledì 7 dicembre 2011

Di altri Clandestini


Carlos ha 32 ed è nato in un paesino sulle montagne boliviane. L'ho conosciuto qualche mese fa, quando, più per curiosità che per effettivo desiderio di fare sport, ho messo piede in una palestra. C'era questo ragazzo dai tratti duri e nervosi, che mi ha accolto e si è messo a spiegarmi un po' come funziona da quelle parti. Tempo mezz'ora mi era passata quel po' di voglia di sudare, ma mi ero fatto un amico. E tali siamo rimasti, così mi ha raccontato la sua storia, ed è una storia di sofferenza, di terrore, di schifo, di grande dignità e, finalmente, di riscatto. Fino a quando durerà. Fino quando anche lui, come il sottoscritto, non sarà costretto a scappare ancora. D'altronde è il destino dei clandestini... la cacofonica ripetizione non è casuale.
Carlos ha cominciato a combattere da giovanissimo. Mi ha spiegato che da quelle parti, quando sei un bambino, non hai molte possibilità: o fai la fame, o vieni venduto, o vieni ammazzato. Oppure diventi un delinquente. Oppure diventi un combattente. Una specie di gladiatore, che lotta per la sopravvivenza, giorno dopo giorno. E lo fa per divertire gli altri... altri disperati, disgraziati, che ridono e tirano fuori tutta la loro bestialità nel vedere due uomini nudi che si affrontano in uno spiazzo polveroso.
E si battono, spesso, fino alla morte... di uno o dell'altro.
E' incredibile come nel 2011 si possano sentire ancora certe cose, ma ci sono angoli di mondo in cui succedono. E Carlos viene da uno di questi angoli. Ha cominciato a combattere che aveva 13 anni; è stato ferito, ha subito fratture dappertutto, è stato umiliato, e lo stesso ha fatto lui: ha ferito, ha fratturato, ha umiliato. Ha ucciso. 
E' stato costretto a farlo... come un animale che non ha altra scelta. Uccidere o morire.
Carlos è fuggito. Ce l'ha fatta, uno dei pochi che riesce a fuggire da quel mondo. E non solo... Carlos ha anche denunciato quello che ha vissuto. E da lì sono cominciati i suoi guai, quelli seri. Ecco perché siamo diventati così amici. Abbiamo molti punti in comune, non ultimo quello di non essere riusciti a stare zitti quando dovevamo.
Però per fortuna Carlos è riuscito a fuggire dal suo paese e oggi vive qua, in Europa, nella stessa città dove vivevo io fino a qualche mese fa. Non diciamo quale... non si sa mai. 
E lavora in una palestra, ma non solo. Lavora con i ragazzini dei sobborghi, quelli a rischio; un po' come lo era lui nel suo paese. Gli insegna il combattimento, ma non per fare male, non per ferire, non per uccidere. Gli insegna il combattimento come disciplina, come sport. Come qualcosa che ti insegna la vita, quella vera, quella pulita, quella da vivere, da sognare, da interpretare, da condividere. Quello che insegna lui lo chiama M.M.A. (Arti Marziali Miste) e mi spiega che in occidente è uno sport molto popolare tra i giovani.
E con questo sport, seppur duro, tanti ragazzini a rischio, si rimettono in carreggiata. Capiscono... perché Carlos è anche bravo a farsi capire. Ha sul volto e sul corpo i segni della sofferenza, del dolore. Dello schifo. E i ragazzini lo percepiscono questo. E' bello vederli che si affrontano con lealtà, la stessa che, speriamo, metteranno poi nella vita. Lui glielo insegna. Loro ce la mettono tutta per imparare.
Ciao Carlos... non ci vediamo da un po' di tempo e tu odi i computer e tutto quanto vuol dire tecnologia, quindi, sicuramente non leggerai mai queste righe. Spero di potertele fare leggere un giorno, quando i nostri (clan)destini si incroceranno di nuovo. E succederà. Lo sai tu, lo so io.
Buon lavoro, intanto... ci fossero più Carlos al mondo... sarebbe un mondo migliore.
Ciao.


martedì 6 dicembre 2011

Una lacrima sul viso


In realtà non vorrei dire niente e forse non c'è niente da dire. O meglio.. è già stato detto tutto; dal commento più ironico a quello più speranzoso, da quello velenoso a quello fideista. Insomma... le parole servono a poco, contano i fatti e finora i fatti sono questi: lacrime e sangue. Però non vorrei che la classe dirigente se la cavasse con le lacrime e lasciasse il sangue alla popolazione (naturalmente una "certa" popolazione, che poi è la più numerosa). Quella popolazione a cui toccherà pagare una gran parte di questa manovra. E al sangue, temo, a quel punto dovrà aggiungere anche le lacrime. Manco queste sono più gratis...



lunedì 5 dicembre 2011

Il vento della crisi


Crisi... 
Crisi.
Crisi?
Vorrei che qualcuno, finalmente, volesse o potesse o tentasse anche solo di spiegare cos'è questa crisi. Da dove viene, dove andrà, da chi è stata provocata e, soprattutto, perché.
Non mi si venga a dire che quanto è stato farfugliato finora possa corrispondere anche solo minimamente alla verità. Sennò ci sarebbe da fare altro che rivoluzione. 
Diteci la verità, almeno. 
Così potremo, non dico perdonare, ma almeno passarci di sopra con più eleganza, più consapevolezza.
Certo, sul passarci di sopra non c'è dubbio, quello mi pare scontato. Ci passeremo di sopra lo stesso, anche facendo finta di credere alle clamorose cazzate che vengono raccontate. 
Crisi.
Dov'è la crisi, che i calciatori continuano a guadagnare cifre ignobili? E gli attori, i cantanti, gli showman and woman... c'è tutto un mondo patinato che continua a esserlo, anzi.. lo è anche più di prima. 
Crisi? 
Vorrebbe dire che mancano i soldi?
O che i soldi ci sono ma prendono solo determinate direzioni?
E perché parlate di crisi? Cosa deve succedere?
Dove volete portare i pensieri di chi ha sempre meno?
Domande che non avranno una risposta... o meglio, sì, la risposta l'avranno. La risposta che darà il tempo; una risposta muta perché non c'è stata alcuna domanda. Ma io lo chiedo... e ritirerò fuori queste parole al mutare della situazione. Quando mi accorgerò che questa risposta è arrivata. Non se portata dal vento o no... ma un giorno o l'altro (e, purtroppo, temo e molto, l'avvicinarsi di questo giorno) arriverà.


venerdì 2 dicembre 2011

DENTRO O FUORI?


Leggere nella rete mi fa sorridere. Per modo di dire, in realtà si ride per non piangere. Leggo e sento sempre parlare di libertà. Libertà, libertà, libertà. "Io sono libero" "Io sono libera"... ognuno è libero, ognuno la può persino insegnare agli altri, 'sta cazzo di libertà. Che poi anch'io ci torno spesso sopra, ma... sai quando hai le lische lì, nella gola, che non vanno né su né giù...
Libertà...
Libertà è partecipazione, diceva Gaber. E chi partecipa? 
Libertà viene intesa invece come individualismo, come se la libertà volesse dire: "faccio il cazzo che mi pare". No, non è così. Quello si chiama egoismo... si chiama arroganza... si chiama menefreghismo.
Libertà...
...
Oggi camminavo per strada e ho notato una cosa... talmente semplice, talmente, ormai, normale, da faticare a notarla, anche se ce l'abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Ho notato che le case... beh, le case... non so davvero se mettermi a ridere o a piangere.
Parlate di libertà e mettete le sbarre alle finestre. Le case hanno quasi tutte sbarre alle finestre. 
Sbarre.
Le sbarre le hanno le prigioni.
La prigione è laddove si nega la libertà all'individuo. 
La prigione è prigionia, appunto.
E le prigioni hanno le sbarre... per non uscire. 
Come le vostre case. Freudiane.
Libertà...


giovedì 1 dicembre 2011

1 Dicembre

Era il primo dicembre di tanti anni fa, di tante vite fa. Ci sono giorni che restano impressi nella memoria e vallo a sapere il perché. Un giorno particolare, una canzone particolare, un gesto particolare... che rimangono impressi nella memoria anche a distanza di decenni. Magari non è successo niente di particolare e forse la sua straordinarietà è questa: che non c'era niente di particolare che doveva succedere. Come quel primo dicembre, ricordi? Sì, lo so, non leggerai queste righe, ma non importa. Io te le scrivo lo stesso, perché sono seduto a un vecchio tavolo in una vecchia stanza di una vecchia casa... in una vecchissima città, dove parlano quella lingua che a te piaceva tanto. E te le scrivo lo stesso perché so che anche tu, da chissà quale altra parte del mondo, ricordi ancora quel primo dicembre di tanti anni fa. Era veramente un'altra vita. Credevamo in talmente tante cose che non ci siamo nemmeno accorti di come e quando le abbiamo perdute e come siamo arrivati a non credere più a niente. Ora diresti: "parla per te!" con quel broncio che ti faceva venire le fossette sulle guance, ma subito dopo abbasseresti lo sguardo, sapendo che ho ragione. Perché sei stata la prima a non crederci più e, forse, in qualche modo mi hai contaminato. Ma non te ne vorrò, per questo. Dopotutto ogni tanto si sta bene anche a occhi aperti.
Ma ora non ci voglio pensare alle conseguenze, ai "poi", a quello che è stato o non è stato. Voglio ripensare a quel primo dicembre, a quel volto, a quell'aria, a quei sorrisi e a quella canzone. Che è stata nostra e lo rimarrà... e forse un giorno la riascolteremo insieme... prima o poi.