domenica 30 ottobre 2011

Una sorpresa...

Mi piacciono le sorprese. Quelle vere, non come i regali di compleanno o di Natale che, insomma, sorprese non sono. Anzi, magari diventa una sorpresa se nessuno ti fa il regalo. Invece la sorpresa è bella proprio quando non te l'aspetti e ti capita lì... te la trovi davanti e rimani un attimo (che può variare da pochi secondi a una mezza eternità) attonito a grattarti il capo e a fare strane smorfie, quasi non credendo a quello che vedi o che senti o che leggi.
Ho avuto una sorpresa. Molto piacevole. Sono stato contattato dalla redazione di Inbook.tv, nella persona di Lucia, che evidentemente ha qualche virus nel computer che l'ha diretta verso questo blog. E pare che le sia piaciuto. E mi ha chiesto di poterlo condividere sul suo portale. E io ho detto di sì. Cazzo, un po' di vanagloria non fa mica male dopotutto. Quindi, da oggi, ma mi sa, anche da ieri o l'altroieri, le mie parole sono leggibili anche su http://www.inbook.tv/imagazine.php?r=3
Che dire? Niente... ringrazio Lucia e tutta la redazione di Inbook per la fiducia e per l'apprezzamento; la vanagloria resta, ma viene invasa anche da un certo tremolio. Sono all'altezza? Dopotutto non capivo e non capisco se qualcuno potesse leggere quanto scrivo. Qualcuno pare proprio di sì... e, senza nascondermi dietro a un dito, devo dire che mi fa piacere. Allora... benvenuti a tutti i nuovi amici di Inbook e a chi avrà la ventura e la pazienza di cominciare (o continuare) a leggere le righe di questo blog.
Grazie.

giovedì 27 ottobre 2011

Di moderni Montecchi e Capuleti

Menachem ha 32 anni, è un ottimo chèf, adora la musica di Springsteen e il cinema di Woody Allen. E' un ottimo lettore, ama vestirsi con gusto, è vanesio e si depila il petto e, prima di stappare una bottiglia di vino, emette dei sospiri quasi a compiere un atto sacrale. Menachem è nato alla periferia di Tel Aviv e ha girato il mondo facendo il suo mestiere di cuoco, togliendosi anche molte soddisfazioni. Imparando, provando e sperimentando.
Marwa ha 24 anni, è nata in Tunisia e vive con i genitori in Francia. Avrebbe voluto studiare ma la sua famiglia non aveva grandi possibilità; ama la musica di qualche cantante arabo e rap francese di cui non riesco a ricordare i nomi e il cinema di Almodòvar. Ha trovato lavoro come cameriera in un elegante ristorante.
Menachem è  lo chèf di questo ristorante. 
Marwa e Menachem si sono innamorati. Sognano una vita in comune, dei figli, una casetta nel sud della Francia o anche in Italia (su questo li ho caldamente sconsigliati).
C'è bisogno di dire altro? Nè la famiglia di lei, nè quella di lui sono d'accordo. E tanto basta. Non c'è bisogno di dire altro. Hanno deciso di andarsene e anche per loro comincerà una vita da clandestini. Non è quello che vorrebbero, ma è quello che sono costretti a fare (sempre se troveranno la forza di farlo). Io li ho conosciuti, li ho frequentati, ho parlato con loro. Non ho saputo dar loro risposte. Non ce ne sono, se non un'enorme tristezza nel constatare che il tempo passa per niente. Il mondo diventa sempre più piccolo, la globalizzazione ha omologato i lati peggiori e più frivoli, ma le catene del cervello sono rimaste ben salde. Il filo spinato avvolge ancora i giudizi facendoli diventare pregiudizi.
In bocca al lupo Marwa e Menachem e benvenuti in questo mondo assurdo popolato da persone assurde. Vi auguro di non doverlo vivere da clandestini. Il sole vi merita e voi meritate lui.

martedì 25 ottobre 2011

25 Ottobre

Oggi avrei voglia di ascoltare una favola. Una di quelle in cui ci sono cavalieri e draghi, madamigelle e stregoni. Una di quelle favole in cui l'eroe sconfigge il malvagio e salva la damigella in pericolo. Una favola a lieto fine, senza morali nè metafore. Dove ogni parola ha il peso che ha, dove non ci si deve scervellare a comprenderne il significato.
Una favola semplice, di avventura pura, che non ti fa pensare, ma soltanto chiudere gli occhi e volare via verso mondi lontani e sconosciuti.
Vorrei potermi sdraiare su un divano e sentire una voce che racconta. E racconta... Vorrei lasciarmi cullare dalle parole e sorridere al loro suono.
Vorrei spaventarmi nei momenti di paura, farmi coinvolgere dai duelli e innamorarmi all'ingresso in scena della fanciulla. Vorrei provare sensazioni lineari, come una retta che va avanti verso l'infinito.
Vorrei provare a far sciogliere i miei pensieri in questa ovatta, dimenticarmi per un attimo perché sono qui e dimenticare in un attimo la strada che ho alle spalle e, soprattutto, dimenticarmi di quella sconosciuta che devo percorrere e ho davanti.
Vorrei ascoltare una favola e non m'importa nemmeno se a narrarmela dovesse essere una fata o un orco. Andrebbe bene tutto. Il mio regno... per una favola.


58

Non conoscevo Marco Simoncelli, confesso. Purtroppo non sono un appassionato di motociclismo e di motori in genere, per cui, tranne quel Valentino Rossi di cui è impossibile non sapere chi è, non so molto di altri piloti. Purtroppo ho conosciuto Simoncelli nel modo peggiore: con la sua morte.
Ho letto un sacco di quotidiani online, italiani e stranieri e mi ha colpito molto la forte commozione e la partecipazione alla tragica scomparsa di questo pilota. E ho letto attentamente anche le migliaia di commenti sui vari siti. Fra cui ce ne sono stati anche alcuni di "segno contrario". Certo, in questi casi c'è chi alza la voce e si indigna dicendo cose tipo: muoiono persone ogni giorno, bambini, giovani e meno giovani, in tanti muoiono sul lavoro per poche centinaia di euro al mese e di questi nessuno si ricorda. Nessuno si commuove.
Vero, tutto vero e anch'io sarei tentato idealmente di dire una cosa del genere. Ma non ha senso. 
E' normale che la morte di un personaggio famoso, di un campione sportivo, colpisca in questo modo. Sono come gli antichi eroi, che  affascinano e penetrano la fantasia di noi esseri normali. E allora perché non dolersi? Degli eroi ci si immedesima nelle loro vittorie, gioendo con loro. Altresì viene da sè immedesimarsi anche nel momento del loro addio.
E l'addio di Simoncelli è stato tragico, terribile, con quelle immagini impietose che ci hanno mostrato l'attimo esatto in cui è passato dalla vita alla morte. Dal tutto al niente. Dalla luce al buio.
D'altronde, fin da piccoli leggiamo sui libri di storia e studiamo i grandi personaggi del passato. Ci colpisce la morte di Giulio Cesare e di Napoleone; di Caravaggio e di Mozart. E la letteratura? Gli eroi epici: Ettore, Achille... il paladino Orlando. Eppure si parla di guerre, di migliaia di morti. Ma è là dove si punta l'obiettivo che la morte ci colpisce. E fa più rumore la vita di una persona sola, ma che abbiamo sotto gli occhi di quella di molte persone fuori dal campo visivo.
E allora non vedo perché montare delle polemiche. E' vero che la vita di ogni giorno è attraversata dalla morte e la morte esige sempre il rispetto dovuto. Ma questo non toglie che scatti qualcosa dentro quando si vedono dei moderni guerrieri che volano sui loro bolidi rombanti e che il cuore si stringa quando una vita sicuramente fuori dal comune si spegne. 
La vita di un ragazzo di 24 anni. Che diventa morte. E la morte non si commenta, la morte si subisce.
Ciao anche da parte mia, Marco. Spero che da qualche parte i tuoi bei riccioli possano ancora sentire il vento.

lunedì 24 ottobre 2011

Oggi, camminando, ho incrociato una signora. Una signora di... più o meno una sessantina d'anni. Una signora come tante, che sfoggiava con dignità un ciuffo di capelli bianchi che le nascondeva la fronte bassa. Una signora con l'aria quasi da contadina, che sapeva sfoggiare la sua fiera bellezza agreste e un vestito a fiori piuttosto demodé.
Una signora che, incrociandomi, ha sfoggiato un sorriso e un buongiorno. E la sua bellezza è divenuta ancora più raggiante in quel momento, arrivando a scaldare l'alito grigio dell'autunno. Una signora che mi ha stampato sul volto un timbro di serenità che ancora mi tiene compagnia.
Non ci sono video, canzoni, film o frasi famose che possano accompagnare quel sorriso, ma solo quel sorriso, che non posso riprodurre, ma che posso soltanto guardare e riguardare, a occhi aperti o chiusi. Che tengo qui... dentro di me, come qualcosa di raro e di prezioso. Che porto con me, come una valigia da aprire e poterne contemplare il contenuto.
Perché una vita in clandestinità ha bisogno anche di queste cose. La mia... ma credo anche la vostra, che clandestini non siete e camminate con il passo pesante, l'anima in riserva e gli occhi buttati sul selciato.

sabato 22 ottobre 2011

Davanti allo specchio

Cosa c'è davanti allo specchio quando siamo obbligati a specchiarci davvero? Cosa c'è quando tu e lui siete entrambi nudi e costretti a guardarvi a vicenda senza alcun tipo di filtro o di condizionamento? Lo specchio è obbligato a riflettere e tu sei obbligato a guardare. E soprattutto a vedere. Cosa vedi quando ti trovi davanti all'essenza scarna di te stesso? Quando non puoi barare. Quando deve uscire veramente fuori ciò che sei, ma soprattutto ciò che non sei?
Che immagine  ti rimanda indietro quel nemico - perché in quel momento è un nemico - così schietto e duro, tanto da farti trasalire se riesci veramente a guardarci dentro?
Cosa c'è davanti a quello specchio quando non puoi far finta di essere un eroe, un sognatore, un avventuriero; quando non puoi nasconderti dietro i tuoi "sarei" o "potrei essere"? Quando non sei obbligato a fingere un'esistenza che non è la tua? Quando il rimando di quello che hai davanti ti mostra la realtà senza lasciare un briciolo di spazio alla fuga da te stesso?
Quanto ti spaventi quando, per una volta, una volta soltanto, riesci a vedere chi cazzo sei?
E hai il coraggio di sostenere quello sguardo, IL TUO SGUARDO, che ti fissa ammonendoti? Hai il coraggio di dire: quello sono io? Sei sicuro di star vivendo, non dico la tua vita, ma almeno UNA vita? Una qualsiasi?


venerdì 21 ottobre 2011

La condivisione della felicità

Torno ad accendere questa scatola di plastica chiamata computer dopo due giorni di assoluto silenzio con il mondo. Da quel clandestino che ormai sono diventato ho messo un po' di cose in uno zaino e sono partito per un'escursione in montagna. Io e lei. Io e la natura. Io e il silenzio. Io e un sacco a pelo dove passare una notte sotto un albero.
Quale montagna? E che importa? Che importa quale? Che importa dove? Fuori da tutto, dai rumori, dalla gente, dagli scontri di piazza, dalla vita frenetica e pure dalla vita tranquilla che poi tanto tranquilla non è.
Solo con me stesso e i fantasmi di un'esistenza incompleta. Come la vostra. Come quella regolata dal denaro e dagli orari, dagli effimeri rapporti e dalla finta socialità.
Due giorni da solo a camminare, a pensare, a leggere. A dormire al freddo. A piangere.
Non è un delitto saper piangere, che è diverso dal sapersi lamentare. Quella è una perversione di questa vita: lamentarsi. Di tutto, di tutti. Volere il massimo e lagnarsi sempre e in continuazione.
Come poveri bambini viziati, abituati ad avere tutto e ad avere la faccia di culo per non apprezzare niente.
Due giorni soltanto per poi rientrare nel catino del nulla, come ora, che mi trovo ancora una volta qui, a scrivere e a cercare conforto in un "clic" che possa condividere qualche piccolo istante di felicità. Illudendomi anch'io che sia reale solo quando è condivisa.