mercoledì 11 gennaio 2012

A forza di essere vento


Sono passati tredici anni da quel giorno in cui Fabrizio De Andrè se ne andò lasciandoci tutti un po' più soli. Credo che su di lui sia stato scritto tutto o quasi tutto. Non starò certo io, ora, ad aggiungere inutili parole alle tante (utili e inutili) già vergate da mani molto più idonee delle mie. Voglio soltanto riportare una piccola parte dell'articolo che scrisse proprio 13 anni fa Vincenzo Cerami su "la Repubblica". E' un pezzetto di carta ormai ingiallito che porto sempre con me e non dimentico mai. Spesso accade di dover fare la valigia di corsa e scappare via... spesso mi capita di dimenticare qualcosa, chessò... il telefono, degli indumenti, il lettore mp3... insomma, a volte qualcosa lo perdo. Ma non questo pezzetto di carta, che sta sempre con me e, ogni tanto, rileggo. Oggi una piccola parte la condivido qua... in ricordo di colui che i clandestini li ha sempre cantati, elevandoli al rango di... persone. Semplicemente.


Da: ANARCHIA E DOLCEZZA (Vincenzo Cerami)
(...) La sua Italia riunisce insieme sotto la stessa lingua e gli stessi dialetti quelle persone che per lasciarsi andare alle emozioni hanno bisogno di una complessità e di una sincerità che è sempre imbarazzante, coraggiosa, scandalosa, estrema. Per questi italiani De André scriveva e cantava, in controtendenza rispetto a un'epoca che scivolava inesorabilmente verso l'edonismo, verso l'oblio e l'amoralità anemica della società opulenta: "Ogni tre anni c'è una stella marina, ogni tre stelle c'è un aereo che vola!" (...)
(...) Fabrizio De André è stato un autore di versi e musica tutt'altro che intellettualistico, un cantante che come pochissimi ha sempre nutrito umile rispetto e amore adulto per l'intelligenza e la sensibilità dei suoi ascoltatori. Frugava nella memoria, nelle sommerse indignazioni, nelle sonorità evocative. La complessità sopraffina dei suoi testi musicali si nasconde, quasi con pudore, dietro l'immagine semplice e povera di un uomo con la chitarra in mano e la sigaretta in bocca al tavolo dell'osteria; dietro al tono di chi improvvisa una poesia accompagnandola con una rumbetta appena accennata o una stornellata.


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